Storie dell’uomo interiore di Daniele Giancane, Besa, 2001

di Cosimo Rodia

 

Una raccolta poetica che consta della traduzione a latere in lingua inglese. Venti componimenti poetici che costituiscono l’epopea dell’homo tecnologicus e del suo giocare in perdita. Una denuncia contro lo stile di vita alle soglie del terzo millennio che abiura le ragioni del cuore e le virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Parlo … col viaggiatore di fronte … Ma non v’è traccia dell’uomo interiore. Oggi la vita è spesa in un vortice di mille relazioni, che colmano apparentemente solitudini: Diciamo della pioggia sui vetri… È come se scorresse una pellicola di immagini mute.

Già con le prime battute, Giancane ci dice che la società si è laicizzata. I cambiamenti hanno rapidamente mutato la fisionomia degli uomini. Non ci sono più religioni o fede che tengano. Oggi ci sono i ‘dandies’, costretti a destare sempre stupore con azioni e pensieri singolari, il minimalismo e la visione della vita accorciata. Qui entra in gioco L’uomo interiore, quella parte di noi legata alla radice primigenia, alla tensione verso il Bene che è dentro di noi. Quel Bene che si oppone, dall’uomo erectus al post/moderno, al Male, rappresentando così il naturale contrappeso al principio negative, congenito alla realtà. Potrebbe essere quella parte capace di custodire il mondo ed evitare, secondo Camus, lo sfascio del pianeta. L’uomo interiore non è che il paladino della ragionevolezza, della verità, della giustizia, delle facoltà condotte da valori universali al servizio dell’umanità.

È evidente che il secolarismo ha cambiato l’uomo: Non c’è più spazio per l’Utopia/ma tutto si sperde in un basso orizzonte. Manca l’attenzione al trascendente, all’anima, all’autonomia dello spirito nei confronti della realtà onnicomprensiva.

Questo originale e tormentato viaggio di Daniele Giancane è attraversato da un forte amore per la vita. È un libro che comunica un’atmosfera mistica, una ricerca di sovrasenso, un’atea ricerca di Dio. La creazione poetica, infatti, non è che una scansione inimitabile (e qui indifferibile) di un tempo interiore opposto alle categorie caduche. La sua mente non ha tempo… è presente anche quando tace.

C’è un’aperta contrarietà al sopravvento del tempo spazializzato, frutto di una esasperata operazione intellettuale, della riduzione all’omogeneo delle ragioni dello spirito.

In ciò leggo una straripante religiosità non ancora Cristiana, perché Giancane è convinto che il cristianesimo non abbia fatto i conti col mutare della società avanzata, tanto da scrivere fede prigioniera nel Dio che consola. No, caro Daniele. La fede e il Cristianesimo non sono di ostacolo alla liberazione dei popoli, alla creazione di un habitat più vivibile. La nuova teologia, con il Concilio Vaticano II, non tende più a guardare Dio nella sua Eternità, ma a soffermarsi sull’uomo, che Dio custodisce e vuole. Non vedo differenza tra l’idea del teologo Rahner secondo cui un’eventuale rivelazione di Dio è parte della costituzione essenziale dell’uomo; cioè, l’uomo ha in sè i requisiti per ricevere la Rivelazione, come uno spazio vuoto che può essere colmato solo da Dio; e quanto ha scritto Giancane: L’uomo interiore s’interroga dubbioso/nel mezzo della notte/quieta/dell’inverno. Ancora: Parla con le piante/ascolta le remote/armonie delle galassie.

L’uomo interiore di Daniele è ecologista, religioso e chierico.

È chiaro che a monte di tutto c’è la necessità del divino, espunto dalle filosofie del nostro secolo. Quando si dice che è morto tutto ciò che riguarda la trascendenza, all’uomo non rimane che tendere lo sguardo alla contingenza, creando uno sradicato. Un uomo dalla vista accorciata crea abissi più orridi costituiti da nuvole di feti e idrocarburi, ideologie di morte, da visioni meccanicistiche secondo cui il vivente (è) solo coacervo d’atomi protoni ed elettroni che folli si rincorrono, da schiavi della droga col fetore sulla bocca, da clonazioni ed egocentrismi. La mancanza di Assoluto è causa della distruzione di ogni valore etico, della sclerosi della parola, dell’alienazione solo mascherata negli incontri ‘on line’.

È sparita la coscienza umana. Ecco, allora, l’importanza dell’epopea scritta da Giancane: proteggere l’uomo; e il professore barese lo fa con l’opera letteraria, la cui funzione s’integra con la coscienza morale. Proteggere l’uomo, quindi, dall’oceano molle del materialismo proponendo di programmare l’EsserCi; l’essere nel mondo senza scorciatoie di paradisi artificiali.

La dimensione interiore è la strada che rimette il mondo sulle proprie gambe; anche se il poeta in un verso usa l’avverbio forse, in altri il dubbio scompare: L’uomo interiore ha molto da lavorare. C’è la fiducia che il lavoro raddrizzi la rotta.

E, poi, è bellissimo, quando rileva gli aspetti connotativi dell’uomo interiore, presentato come se fosse odore di violacciocca e luce intensissima, proprio come Dante ha presentato il Paradiso.

Il problema è dare cittadinanza all’uomo interiore, e sappiamo quanto sia difficile, nessuno riconobbe Gesù sul Golgota se non un Centurione romano!

L’uomo interiore ha comunque una missione (eterna?) Ovunque un Maestro appare/in ogni angolo di mondo: presentarsi all’uomo e donare perle e brillanti. E nessuno pretenderà che tutti aprano le porte del cuore e facciano accomodare l’uomo interiore, perché il principio del Male è in noi; il mondo ha crepacci scuri. Con questa consapevolezza ognuno deve avere coscienza di essere aperto non solo al mondo ma pure al nulla.

E il rimedio per trovare slancio e senso risiede nel cogliere i Suoi lampi, perché in verità mai potremmo eguagliare l’uomo interiore, sarebbe come abbracciare il divino, allora, coglierlo nella sua luminosità a tempo breve, sempre prima di sciogliersi come un pugno di neve/al sole della stagione nuova, o all’istante di fronte alle onde sui frangiflutti, nella scintilla del misterico fuoco del cammino. La sua luce farà piantare l’amore e tutto rinascerà diverso e puro con il giorno nuovo, al punto da guardare il futuro nel volto del fanciullo ebbro di vento e di speranze.

Ecco, Daniele Giancane filantropo, giardiniere dell’umanità e poeta con versi che corrono lungo le vene, distanti anni luce da tanta poesia narcisistica e di mero autocompiacimento.

 

Archivio. Recensione del 2001.

 

 

 

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